Atto Camera
Interrogazione a risposta scritta 4-01935
presentata da ERMETE REALACCI
lunedì 28 gennaio 2002 nella seduta n.087
REALACCI e FRANCESCHINI. - Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio, al Ministro della salute, al Ministro delle attività produttive. - Per sapere - premesso che:
il giorno 8 gennaio 2002, durante una conferenza stampa, è stato presentato a Roma, dall'Organizzazione Mondiale della Sanità - Centro Europeo Ambiente e Salute e dalla Legambiente, alla presenza del Ministro dell'ambiente, lo studio: «Ambiente e stato di salute nella popolazione delle aree ad elevato rischio di crisi ambientale». L'indagine, commissionata dal ministero dell'ambiente e della tutela del territorio, ha preso in esame la situazione in 15 aree ad elevato rischio di crisi ambientale nel periodo 1990-1994, ma ha completato un'analisi condotta e già pubblicata, effettuata a partire dal 1981. Le conclusioni dello studio possono essere sintetizzate nella seguente affermazione: «tra le popolazioni residenti nelle aree a rischio, è stato rilevato che la mortalità generale nel quinquennio è superiore alla media regionale nella misura di almeno 4167 decessi rispetto all'atteso (2639 maschi e 1527 femmine), pari al 2,64 per cento dei decessi totali, valore corrispondente ad oltre 800 morti in eccesso l'anno»;
in considerazione della durata del periodo di incubazione nell'organismo umano delle malattie causa dei decessi aggiuntivi (malattie circolatorie, cerebrovascolari, dell'apparato digerente e respiratorio, cirrosi epatica e tumori) e della persistenza nell'ambiente di molte sostanze inquinanti, è ragionevole concludere che le cifre relative agli eccessi di mortalità nelle aree a rischio siano riscontrabili anche in anni seguenti;
nel dossier «Dalla chimica dei veleni al risanamento ambientale» della Legambiente, a proposito delle aree a rischio di Ravenna e Ferrara, importanti poli chimici, si ricordano i gravissimi incidenti verificatisi negli ultimi anni, in particolare nel 2000, come quello all'impianto EVC che si ritiene abbia causato l'emissione in atmosfera di 4 tonnellate di Cloruro di Vinile Monomero (CVM) o quelli all'impianto Butadiene e all'impianto di depurazione di Ambiente Spa, siti compresi nel polo petrolchimico di Ravenna. Quanto al polo di Ferrara il dossier citato ricorda come nella primavera scorsa sia stato presentato un esposto, lamentando danni gravissimi alla salute, da 35 lavoratori della Solvay e del petrolchimico. Sempre il dossier di Legambiente cita uno studio dell'Istituto Superiore di Sanità, pubblicato nel 2000, sui lavoratori esposti a CVM in quattro importanti siti. Per quanto riguarda il sito di Ferrara, lo studio evidenzia che «la coorte di Ferrara è composta da 418 lavoratori della Solvay e sono 104 i decessi osservati, tra cui 45 per tumore - rispetto ai 30 attesi - suddivisi tra angiosarcomi, tumori apatocellulari e carcinomi epatici e dell'apparato respiratorio. In particolare è stato riscontrato un aumento per i tumori al fegato, alla laringe ed al polmone. «Lo studio - scrivono gli autori - conferma l'azione cancerogena del CVM sul fegato, anche a concentrazioni più basse di quelle finora ritenute in grado di indurre tumori epatici, nonché un'azione epatotossica che comporta un incremento della mortalità per cirrosi in alcuni sottogruppi ad alta esposizione. Lo studio suggerisce inoltre un incremento del rischio di cancro polmonare in lavoratori esposti a polveri di PVC»;
i dati dello studio dell'OMS sulla mortalità della popolazione residente nell'area del Po di Volano, costituita da 28 comuni della provincia di Ferrara, incluso il capoluogo, Modena e Bologna, rivelano oltre ad un eccesso di mortalità rispetto al resto della regione nell'intera area (del 9,1 per cento per gli uomini e del 10,6 per cento per le donne), una situazione di maggiore rischio nella città di Ferrara;
lo studio dell'OMS, dal quale si evince che «i trend dei tassi standardizzati a riferimento nazionale mostrano, nel complesso, un aumento dei valori per quasi tutte le cause di morte tumorali» conferma sostanzialmente le valutazioni dell'ISS;
gli stanziamenti previsti dall'ultima legge finanziaria per la bonifica dei siti inquinati sono consistenti ma comunque insufficienti se si pensa all'entità del problema nel nostro paese, e soprattutto sono troppo onerosi per le casse dello Stato visto che la responsabilità del danno e quindi l'onere del ripristino dovrebbe ricadere sulle aziende. L'attuazione del principio del «chi inquina paga», insomma, dovrebbe diventare, anche in Italia, uno dei vincoli cui far riferimento per avviare finalmente il piano delle bonifiche che, secondo stime della Legambiente, dovrebbe interessare ben 15.000 siti potenzialmente inquinati con l'impiego stabile di 5.000 nuovi addetti altamente qualificati -:
se non reputino, i Ministri interrogati, opportuno l'inserimento nel nostro ordinamento, come suggerisce la Legambiente, di una normativa analoga a quella vigente negli Stati Uniti ispirata al «Superfund», consistente nei seguenti tre livelli d'intervento: il primo, un «fund trust», ossia un fondo di sicurezza finanziato dalla tassazione principalmente di prodotti chimici e petroliferi ma anche di altre sostanze inquinanti, vincolato alla bonifica dei cosiddetti siti orfani (per i quali non è più possibile risalire al responsabile della contaminazione), il secondo consistente in un'attività capillare di analisi sui siti inquinati che consenta di stabilire la loro pericolosità e l'urgenza della bonifica, con la definizione di una lista nazionale di priorità, l'ultimo relativo all'obbligo inderogabile per le aziende che gestiscono impianti ancora in attività, una volta accertata l'eventuale pericolosità della produzione o delle scorie prodotte sia per l'ambiente che per la salute della popolazione, di disporre immediati interventi di bonifica;
se non si ritenga indispensabile definire una lista di priorità, in cui sia presente le aree di Ravenna e Ferrara, che fissi i tempi degli interventi di risanamento delle aree a rischio e valuti l'opportunità o dell'immediata chiusura degli impianti per i quali è ormai accertata la pericolosità sanitaria, o della delocalizzazione o riconversione di quelli che hanno comunque un elevato grado di inquinamento e un pesante impatto ambientale;
se non si ritenga di favorire la creazione di nuove figure professionali, che offra anche una opportunità di riqualificazione per gli addetti del settore impiegandoli nei lavori di messa in sicurezza e di risanamento delle aree contaminate.
(4-01935)